Il tema dell’infinito è uno dei più frequenti nella storia dell’umanità. Esso, infatti, è presente non solo nella letteratura (italiana e straniera), ma anche in numerosi altri ambiti, sia umanistici: filosofia, matematica, fisica o astronomia sono alcune delle tante materie nelle quali questo tema è ricorrente.

Il maggior portavoce di questo tema nella letteratura romantica è sicuramente Giacomo Leopardi, che ha definito questa parola “poeticissima”. Poeticissima in quanto lascia libero sfogo alla mente e all’immaginazione. Lo stesso Leopardi, di fronte a “infiniti spazi” si “finge nel pensier”, rimanendo stupefatto e provando un senso di pace e dolcezza, in contrasto al dolore della realtà.

Cos’è, quindi, l’infinito? Ebbene, se analizziamo la parola, essa la si può scomporre nel termine “finito”, dal latino “finitus”, ovvero “limitato”, e dal prefisso “in”. Infinito significa “senza limiti”. E proprio per il fatto di non avere un limite questo concetto ha ispirato numerosi filosofi, letterati e scienziati fin dall’albo delle prime civiltà.

Iniziando dal punto di vista fisico-astronomico, lo spazio, secondo la teoria del Big-Bang, ha avuto origine da un punto infinitamente piccolo, mentre ora è infinitamente grande e illimitato. Infatti questi, essendo in uno stato di incessante espansione, continua a superare la propria finitezza, tendendo al non-finito e superando ogni volta i propri limiti. Parallelamente allo spazio, anche il tempo è eterno e continuerà a scorrere in armonia con l’Universo. Matematicamente possiamo esprimere l’Universo in funzione dello scorrere del tempo, indicando che lo spazio da esso occupato tende all’infinito, senza, però, mai raggiungerlo.

Come mai l’infinito è così rilevante nella mente umana? Se analizziamo psicologicamente il nostro pensiero, il cervello cerca di ricondurre le idee a forme più semplici e, soprattutto, di cui ha almeno una volta avuto un esempio empirico. Ad esempio, se pensiamo a un cavallo alato, esso, pur non esistendo, è comunque formato dall’idea, ben presente in noi, di un cavallo e di due ali (entrambi reali). Ciò non può avvenire con l’idea del non-finito. Non avendone mai avuto un esempio visibile, infatti, la mente non riesce ad immaginarlo, pensando a qualcosa di molto grande ma, comunque, con una fine. Essendo essa stessa finita, dunque, non può pensare a qualcosa di superiore e ciò lascia spazio all’immaginazione e all’indefinito. Quando si parla di infinito possiamo perciò intendere uno spazio che possiamo riempire con qualsiasi cosa vogliamo e riusciamo ad immaginare.

Il tema, come detto inizialmente, è molto presente anche in ambito filosofico, presumibilmente per la tesi appena enunciata. Nel primo periodo filosofico (quello cosmologico) si possono riscontrare già due esempi lampanti di come l’infinito e l’indefinito sia stato sfruttato. Il primo è Anassimandro, il quale sosteneva la teoria secondo la quale l’Universo abbia avuto origine dall’”apèiron”, una sostanza, appunto, indefinita. L’altro esempio è Democrito, che sosteneva l’esistenza di infiniti atomi che costituiscono la materia. Si arriva poi a parlare dell'”Iperuranio” di Platone, della filosofia cristiana, secondo la quale Dio è sempre esistito ed esisterà in eterno o di Leibniz, con le “monadi”, anch’esse infinite e indefinite.

In conclusione, quando pensiamo al termine “infinito” ci immaginiamo un qualcosa di estremamente grande (o piccolo) di fronte al quale ci sentiamo schiacciati o, come disse Pascal, ci sentiamo “un nulla rispetto al tutto”. Ma è proprio questa consapevolezza che rende l’uomo grande e in grado di sorpassare ogni limite, arrivando, magari, ad avere un concetto concreto dell’eterno. Ma fino a quel momento siamo liberi di naufragare nel mare dell’infinito e perderci in mezzo ai propri pensieri a bordo dell’immaginazione…

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